mercoledì 4 aprile 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile?


Non so chi lo disse in origine, forse saperlo mi aiuterebbe a crederci, ma spesso qualcuno mi ha presentato bell’e fatta la frase “ La vita non ci pone mai di fronte a eventi che non abbiamo la forza di affrontare”. Allora quasi quasi nel dubbio ho deciso di ingannarla questa vita, e adesso faccio finta di non poterne proprio più. Chissà che se la vita si mangia la foglia, magari mi lascia un po’ in pace? Va bene essere forte, ma qui mi sembra che si dà il dito e questa si prende tutto il braccio.

Poi l’altro giorno mi trovavo a Milano e in una delle mie mezz’ore di attesa treno (sia lodata la Feltrinelli Express) ho incrociato un libro che deve essere famoso ma io non lo conosco. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Colta da raptus istintivo avrei voluto comprarlo e leggerlo d’un fiato in un’ora di viaggio, perché quel titolo mi appariva come la risoluzione per tutti i miei problemi. Poi ho pensato che sicuramente il contenuto non c’entrava un cazzo con i miei problemi, e che comunque adesso che ho il kindle i libri preferisco comprarmeli in formato digitale anche dato che ad oggi un solo spillo in più introdotto in casa mia potrebbe provocare un cataclisma globale, e poi devo studiare per il concorso e non voglio distrazioni.

Qualche volta mi è capitato di rammollirmi nel desiderio che qualcosa/qualcuno dall’alto o quantomeno dall’esterno mi fornisse uno spunto, un segnale di speranza. Però, at the end of the day, sono sempre stata orientata al risultato e sempre pronta a far leva e forza su me stessa, per tirarmi su le maniche quando le cose non andavano.

Se proprio mi rendo conto che non c’è nulla che possa colmare il divario tra i desideri e la realtà che vivo, mi consola pensare con Ben Harper “Make sure the fortune that you seek is the fortune that you need”.

Ma quando cerchi un bambino e hai un aborto e poi due e poi inizi ad affrontare una strada che non lo sai dove ti porterà, e hai paura che quel dove possa essere lontano dai tuoi desideri di cui sei sicura e consapevole, mi chiedo: poi come si fa a non costringere tuo marito a “non allontanarsi per più di 200 metri da casa e a girare con pantaloni in velcro” (cit.) quando sei prossima all’ovulazione, come si fa a fare l’amore proprio senza pensare a nulla nulla nulla se non a che lo stai facendo perché ne hai voglia, come cavolo si fa a non guardare il calendario e programmare un giorno di ferie proprio li in mezzo al ciclo? Che si fa? Ci si dice to’ che caso a metà mese in ufficio proprio non c’è un cazzo da fare e quindi che ne dici se oggi ce la spassiamo come due ragazzini che tagliano da scuola perché hanno proprio voglia di qualche ora di buon sesso selvaggio? E comunque se poi, nonostante tutte questa casuali accortezze poi il casuale obiettivo non fosse centrato, come si fa a ripiegare “bè ma riproviamoci causalmente tra un mese, sicuramente saremo più fortunati”?

A dire il vero non ho ancora trovato neanche un dolore, tra quelli che ho provato nella vita, che mi sia tornato utile per affrontare l'odioso dilemma. Alla fine, mi sa che è per questo che il libro non l’ho comprato.

mercoledì 7 marzo 2012

La cicogna ingannevole


Succede così, che torni splendida dal viaggio di nozze seychellese e, ripresi i ritmi frenetici della tua vita, una volta nella vasca da bagno ti fermi a osservare un particolare inaspettato: i tuoi capezzoli, grandi ed evidenti come non li avevi mai visti. E chiami il tuo neomarito “no, ma che figurati, sarà solo suggestione, non può essere”, gli occhi brillanti di malcelata speranza.

È invece si, poteva essere. E invece si, è stato. È stato.

Te lo confermano le due lineette di una nitidezza che difficilmente potrai dimenticare, quel sabato mattina che hai un ritardo di 12 ore ma non stai più nella pelle e la speranza non fai neanche più finta di celarla.
Lui esulta letteralmente, ti fa venire in mente quella sera del vostro primo bacio, che salterellando sul marciapiede, tornando a casa, continuava a ripetere “lo so che non è il modo migliore di conquistare una donna, ma sono troppo felice”, e tu lo osservavi un po’ guardinga, chiusa nel tuo incancrenito cinismo.
Che adesso, anche dopo aver conosciuto amato e sposato la sua solarità, proprio adesso ti torna tutto su. Quando ti piombano addosso la serie di incombenze e responsabilità a cui stupidamente vorresti far fronte tutte in una volta, il che le rende ancora più intollerabili, persino a lui che ha smesso di saltare e ora ti stringe in un abbraccio rigido.

Poi ti arrabbi, quando scopri che ancora i tuoi non hanno preso nessuna decisione a proposito della casa di famiglia da dividere e tu nei tuoi 40 mq fai fatica anche a posizionare una culla (l’unica cosa che ti consola è che finalmente butterete via quell’orribile tubo catodico che campeggia inutilizzato da anni in camera da letto), ti arrabbi quando scopri che il tuo ginecologo storico non ha il macchinario per fare l’ecografia e non te ne sei mai accorta, avresti potuto premunirti invece di stare qui ora a cercare di prenotare presso il SSN non prima della 9a – che non si vede niente – ma nemmeno dopo la 10ma – che se ci fossero dei problemi saresti orribilmente in ritardo – , e questo dopo una visita inutile da dove sei uscita alleggerita di 100 euro e rincuorata dalla diagnosi di un utero ben chiuso (!) e da una dieta a base di prosciutto da porsi nel congelatore prima di essere consumato, ti arrabbi perché quando l’hai detto alle tue migliori amiche, col sorriso sulle labbra nonostante le preoccupazioni e nonostante le otto rampe di scale che non avresti voluto affrontare e che hai affrontato per vederle, c’è la solita che, non soddisfatta della sua vita, invidia la tua e tiene gli occhi bassi mentre fa finta di abbracciarti. Ti senti pure giustificata a lamentarti e a sbraitare. Ormai sei mamma e ci hai un sacco di preoccupazioni , che quegli esseri dediti alla vita effimera che ti circondando non possono certo capire. Ti arrabbi più del solito quando il procrastinare e la noncuranza dei tuoi colleghi ti costringe a fare le nove di sera in ufficio per scrivere una relazione e ti fa correre come una trottola dalle otto della mattina successiva, però in quel caso lì non gridi, abbassi la testa, fai le nove sul pc e riparti alle sette e mezza il giorno successivo. Corri quando devi correre e non vai neanche a fare la pipì. Al primo momento di tranquillità corri a svuotare la vescica che, lei si, grida pietà da diverse ore. Mentre ti liberi avresti voglia di trovare anche il modo di sfogare un po’ di quella rabbia, preoccupazioni, ansie. Quello che ancora non sai è che invece stanno per svanire, scivolando via come il sangue che da li a pochi istanti vedrai sulle mutandine. Che ti porta via qualcosa che, se c’era, non hai ancora potuto vedere, maledetto SSN, o forse no, forse è stato meglio così. Ma mentre quel sangue scende con fatica dato il tuo utero ben chiuso, e ti ritrovi attonita in un letto d’ospedale, tutte le negatività sembrano esplodere da ogni tuo poro e ti brucia tutto come le ferite quando si disinfettano, comprese l’attenzione mancata della tua famiglia, il sorriso mancato della tua amica frustrata, quell’ecografia mancata, il tuo coraggio mancato di dire no al superlavoro. Ma quel che brucia di più, ed è la sola ferita che non si è più rimarginata, è la consapevolezza di non essere stata in grado di godere almeno per un secondo dell’attimo di realizzazione di un desiderio desiderato da tanto tempo.

L’unica cosa che avrebbe potuto dare un senso a quel dolore, a quella vita mai nata.

A braccetto con il tuo equilibrio ormonale rientra a passo di tip tap anche il tuo think positive.
In viaggio di nozze, con l’infrangersi delle onde dell’Oceano Indiano in sottofondo, era semplice immaginare la tua pancia fruttificata dal suo seme. Eppure qualcosa era andato storto comunque, sarà stato il condizionatore che sovrastava il rumore del mare.

Voglio superare questa brutta faccenda e andare oltre con ottimismo e determinazione, non mi importa della casa piccola, di chi non ci aiuta, di chi non mi fa un sorriso, del superlavoro.

E quando ricapita, e ricapita subito, decido che voglio godermi solo quell’attimo di estasi. Decido di non andare oltre e oltre, per una sola volta nella vita, forse l’unica nella quale vale davvero la pena di stare lì, ferma immobile dove sono.

Non mi arrabbio, non mi preoccupo, non diffondo la notizia, prendo un giorno di ferie dal lavoro solo per fare un’ecografia. Stavolta non mi fregano e alla quarta settimana già mi faccio sondare. Qualcosa c’è, troppo piccolo per vederlo, ma abbastanza grande per immaginarlo.
E dopo averla tanto immaginata, avendo negli occhi quei buchi neri di fotografie che mi hanno scattato in ospedale due mesi fa, cerco di scrutare nello schermo una qualche forma di vita. Che non si trova però, perché di nuovo di un “buco nero” si tratta. E, di nuovo, se lo porterà via il sangue.

lunedì 6 febbraio 2012

Think Big, Live Big


La storia del miracolo lavorativo mi ha messo di fronte a qualche straordinaria verità.
Avevo iniziato proprio pochi mesi prima a informarmi sulla filosofia nata dall’onda di “the secret” - grazie tra l’altro a una specie di counselor dei poveri che teneva corsi (obbligatori e mai graditi) presso il mio di allora datore di lavoro - e avevo preso l’abitudine, specie nelle lunghe ore che passavo in auto ferma in tangenziale, di praticare gli esercizi che alcuni libri consigliano al fine di entrare nel giusto mood.
All’inizio era uno sforzo incredibile, sovrumano per me che altroché dire grazie per quello che ho appena aperti gli occhi, sono sempre stata più per il grugnire e il maledire quello che non ho (una casa alle Hawaii, il lavoro dei miei sogni, possibilmente anch’esso alle Hawaii, o meglio ancora un biglietto della lotteria multimilionario) .
Poi ho iniziato a divertirmi. Immaginavo quello che avrei voluto essere nel mio futuro: una professionista affermata e non sfruttata con un lavoro che mi rendesse possibile essere anche mamma di tanti pupetti (due: non ho puntato eccessivamente in alto, volevo restare sul realistico , e già questo alla me di allora sembrava fantascienza), e mentre accadeva mi sentivo davvero così, soddisfatta della mia vita, realizzata, rincuorata.
Pur ben consapevole del sottilissimo limite tra l’ immaginazione allo scopo di indurre pensiero positivo e la follia delirante, mi sono lasciata prendere la mano e me la sono proprio stragoduta.
Avevo la mia casetta con giardino, arredata in stile provenzale, da cui uscivo per accompagnare i miei pupetti a scuola e lavorare solo part time, dopo una bella colazione alla Mulino Bianco con tutta la famiglia (mi sono concessa l’incoerenza di immaginare le mie adorate tazze british style decorate a mano, che solo in sogno farei maneggiare a dei bambini). Il pomeriggio, prima di passare a scuola a prendere i miei figli, mi concedevo una bella lezione di yoga (avevo un sogno nel sogno: diventare insegnante) e, dopo un pomeriggio dedicato ai bimbi e una serata a mio marito, mi rintanavo nel mio studio caldo e accogliente, per scrivere. Non mancavano due splendidi golden retriever, una coppia, che passavano tutto il tempo appiccicati a noi qualsiasi cosa facessimo.
I miei deliri a occhi aperti hanno iniziato però a farmi sentire cosi bene che ho visto la vita come credo dovrebbe essere sempre per tutti coloro che possono permetterselo (e io sono tra quei fortunati) : un gioco. E sentivo che, se avessi davvero avuto il coraggio di giocare con lo spirito giusto, pur rispettando le regole , avrei vinto.
E mi sono venuti a mente degli episodi che solo quando salgo sul treno del mio psicodramma fai-da-te riesco a riscostruire.
Mi sono ricordata che da ragazzina, almeno fino ai tredici anni, tutti mi dicevano “ma tu ridi sempre” . Il che mi fa pensare che ridessi proprio tanto (e forse anche a sproposito, ma va be, guardiamo “il lato positivo” della faccenda). A un certo punto so di aver abbassato il livello. Forse ho addirittura smesso. Conosco bene gli eventi che mi hanno portato a questo cambiamento radicale.
Mi sono ricordata di un giorno, avrò avuto sei anni, che camminando per strada di ritorno da casa dei nonni dove mi recuperava dopo il lavoro, ho chiesto con insistenza alla mamma di comprarmi “english for kids” o qualcosa di simile. La prima uscita era in edicola a un prezzo promozionale ma siccome solo la seconda aveva anche la videocassetta avevo insistito per avere anche quella.
Forse non era la serata adatta a insistere, forse mia mamma aveva delle preoccupazioni sue che non c’entravano niente con la mia smania di studiare l’inglese. Fece un enorme sforzo per comprarmi quel corso, e mi minacciò anche di punizioni corporali se non mi fosse piaciuto. A nulla valse la mia peraltro molto logica richiesta “ Ma mamma se non lo provo come faccio a sapere che mi piace?”. Lei sembrava convinta di quel che diceva, e io le credetti.
Mentre cucinava, mortalmente arrabbiata per qualcosa che non conoscerò mai, io seguivo il mio corso in videocassetta. Ma avevo una tale paura, non tanto di prenderle quanto piuttosto di deluderla e farla soffrire , che invece di entusiasmarmi continuavo a ripetermi “ oh no, non mi piace, non mi piace, e adesso come faccio? Cosa dico alla mamma?”. Alla fine trovai il coraggio, mi avvicinai piano, le confessai che in effetti no, non mi piaceva abbastanza. Si mise a piangere.
Solo quell’estate che qualcuno mi cercò in Siria per promettermi un lavoro nuovo trovai la quadratura del cerchio.
Ho compreso che sino a quando non avevo iniziato quegli esercizi, io non ero mai stata capace (forse da quando avevo sei anni) di essere veramente ambiziosa. Apparentemente lo ero, avevo grandi progetti e molta voglia di fare, ma poi non riuscivo a concludere nulla, se non tra grandi sofferenze e senza alcuna naturalezza, e la paura di fallire o che la strada intrapresa, appunto, non mi piacesse più, era sempre più forte e prevaleva in maniera perfettamente evidente. Per anni ho attribuito il tutto a una mancanza di fortuna.
Quello che serve per riuscire nella vita e soprattutto godersela, invece, è pensare in grande, anzi enorme, e non vergognarci di desiderare. Ho ottenuto quello che volevo e ora voglio altro? È perfettamente naturale, io voglio vivere in grande, che per me vuol dire crescere, senza paure. Think big, live big.

L'oroscopo speciale


Nonostante un esibito scetticismo che ritengo derivante dalla paura di essere additata come credulona, l’oroscopo mi affascina. Cosi professo disinteresse, ma lo leggo sempre, di nascosto, su Vanity, su Metro, su Internazionale. Le previsioni del mio segno per il mese di agosto 2010, pubblicate sulla rivista “A” acquistata in aeroporto prima di un viaggio on the road, proferivano: è inutile scalpitare, dovrete aspettare almeno settembre per cambiare lavoro.
Bè, mi sono detta, a meno di non voler aprire uno spaccio di sapone di Aleppo in Siria o raccogliere illegalmente i coralli per farne collanine da vendere in Giordania, ritengo questa previsione discretamente probabile, dato che sarò in Medio Oriente sino a fine agosto.
Eppure a cavallo del 15 di agosto, giorno più giorno meno, accade l’inimmaginabile: tra lo strombazzare delle auto e l’insopportabile calura mediorientale a rendere tutto più macchinoso, Lui che mi impone di non rispondere, dall’estero, ai numeri sconosciuti, ricevo la telefonata di un head-hunter a cui mesi e mesi prima avevo fatto avere un mio cv per un’altra posizione, che mi propone un’ottima opportunità professionale. Crescita di ruolo, contratto a tempo indeterminato, impiego in una multinazionale (filiale italiana) in un settore nuovo, in crescita, che risponde alla mia etica personale e professionale.
Ho passato le successive due settimane, oltre che a godermi la mia vacanza, a cercare informazioni su questa società così nuova che non ne ho trovate, e sulla figura ricercata. Che parli inglese. Parlo inglese. Che parli francese. Parlo francese. Che provenga dal settore produzione. Provengo dal settore produzione. Esperienza settore impiegatizio. Ce’lo. Non mancava proprio nulla. Non c’era dubbio, ero io che cercavano, e mi avevano trovata anche da lontano.
I primi di settembre, dopo un mese di ferie e il carico di lavoro che mi aspettava, non avrei mai potuto chiedere nemmeno un minuto di permesso, e per incontrare l’head hunter dovevo andare in un’altra città. Approfitto di una festività che dove lavoro io è sempre ai primi di settembre. E dopo pochi giorni rassegno le mie dimissioni a un capo esterrefatto che si sarà anche chiesto: ma quando è riuscita a fare i colloqui, che non ha mai chiesto un giorno di ferie permesso mutua?? Caro capo, non ce n’è stato bisogno. D’altronde, il mio oroscopo era stato chiaro.
Sono uscita ad un’azienda che non credeva in me e nelle mie potenzialità, che mi lasciava fare il solito e solo per coprire i buchi mi lasciava lavorare il doppio, senza farmi imparare e senza volermi pagare gli straordinari, da un’azienda padronale in cui non vi era possibilità di crescita, da un’azienda che teneva al guinzaglio me e i miei progetti, con un infinito contratto di apprendistato di 54 mesi, dal quale sarei uscita (se sopravvissuta) a 33 anni suonati.
L’aspetto più peculiare della faccenda è che proprio da quella vacanza io e Lui avevamo deciso – fanculo i 34 mesi di contratto che mi restavano da scontare – di tentare di avere un figlio. Avevo una paura fottuta, ma anche non volevo che uno stupido contratto e una stupida azienda potessero privarmi dei miei progetti, e questo prevaleva. Provammo qualche volta abbastanza casualmente, così giovini ingenui e ancora ignari dei vari metodi di calcolo della fertilità esistenti. E non successe proprio nulla. In abbinamento con la novità lavorativa che si era presentata, l’abbiamo preso come un segno del destino e abbiamo deciso di rimandare ancora un po’, giusto qualche annetto. Forse avrei comunque fatto tutto prima dei 33 anni, pur cambiando lavoro.

giovedì 5 gennaio 2012

Wish


Ho iniziato a scrivere questo blog più di un anno fa, con l’idea di esprimere la mia condizione di donna lavoratrice con volontà di prole, al fine di parlare alle donne che, come me, penso immagino presumo possano riscontrare delle difficoltà.
Forse il tema è un po’ banale, ma è proprio questo che vorrei modificare, se potessi. In fondo, credo, se è vero che sotto i dictat dell’economia cadiamo tutti, è la forza del nostro interesse comune a poter cambiare le cose. E io credo che sia proprio nell’interesse comune che le donne - anche se oggi “ci fanno fare” tante belle cose perché hanno scoperto che siamo brave produttive diligenti creative attente versatili e multitasking – continuino a fare figli, protette dalle tutele necessarie.
Insomma, a me per tanto tempo è parso quasi normale dover rimandare un progetto, quel che sentivo dentro, un progetto d’amore, per sistemarmi, trovare una stabilità lavorativa ed economica e non rischiare di essere licenziata o che poi non mi rinnovassero il co.co.co. o l’apprendistato di turno.
Non voglio, non mi rassegno al fatto che sia normale, né per me né per le mie amiche, né per le donne che incontro quando passeggio per strada.
A livello personale, a seguito dell’apertura di questo blog, sono successi moltissimi eventi.
Non è una giustificazione alla mia latitanza, perché anzi avrei dovuto raccontarle queste cose, sarebbero state per la maggior parte davvero molto significative per il mio scopo.
Elenco rapido: cambio di lavoro insperato, istantaneo; relativa immediata decisione di rimandare di almeno un anno il nostro progetto di cicogna; relativa immediata decisione di fare almeno un passo importante per la nostra coppia + quel passo importante fatto a settembre 2011; due miei carissimi amici che partono per un viaggio in giro per il mondo durato un anno (già anche tornati); primo tentativo serio di figliare fatto nel mese di settembre 2011 in viaggio di nozze, riuscito! terminato purtroppo con l’interruzione brusca di questo sogno bellissimo; nuova attuale opportunità. Presa di coscienza da parte della sottoscritta che i mille pensieri, le mille valutazioni fatte, i mille dubbi tirati in ballo non hanno senso di esistere, di fronte alla vita e alla gioia di dare vita.
Però riguardandomi indietro trovo un anno bello non solo per il fortissimo desiderio di diventare mamma che mi ha accompagnato. Trovo un anno pieno di divertimento, gioie, crescita, eventi piccoli (la vacanza in Corsica a Maggio e quella al mare in Italia con la mia splendida goldenina che impara a nuotare, appassionarsi a un bel libro, vedere un film che fa così ridere o così riflettere da parlarne sino al ritorno a casa, la riuscita di una ricetta nuova, andare a vedere controvoglia il concerto di un artista emergente di quelli che piacciono al mio Lui, in quei locali mezzi vuoti e persi nella nebbia di periferia, e scoprire invece che è cosi bravo che mi scendono le lacrime dagli occhi e che potrò dire di averlo conosciuto quando sarà famoso) e grandi (il mio matrimonio, la luna di miele auto-organizzata alle Seychelles) che ho avuto la fortuna(in alcuni casi anche la sfortuna, ma vorrò parlare anche di quelli) di vivere e che posso avere la fortuna di raccontare.
Per questo cambio il mio nick. In fondo non è solo un figlio che desidero, anche se di nuovo ora lo aspetto trepidante di felicità. Desidero Tutto quello che desidero. È troppo? Certo che no :)

lunedì 22 novembre 2010

Prove di mammità




Passo il venerdì sera dai miei rotolata per terra tra palline colorate e peluches; mi alzo il sabato mattina alle otto pronta a correre e a giocare per le quattro ore consecutive, anche al freddo o sotto la pioggia, dopo una settimana di lavoro per cui non basterebbero due giorni di sonno consecutivi per recuperare; se devo andare dal parrucchiere e poi, per dire, a un matrimonio, mi organizzo con quei santi dei miei genitori, che la vengono a prendere dopo la scuola, per portarla con loro in campagna; corro come una pazza furiosa, e nonostante questo mai maledico di essermi presa un impegno in più, come mi è d’abitudine invece fare per tutte le ennemila attività che pratico; quando la vedo andare via, e gira il collo per cercarmi, e mi guarda dalla macchina che si allontana, anzi, mi si stringe il cuore, e poi sento che mi manca per il resto del tempo che avrei passato con lei; il sabato sera quando lei è con me lo dedico tutto alle coccole, magari davanti a un bel film; il week end passa tutto felicemente assecondando i suoi tempi di gioco, sonno, bisogni e pappe; se anche si esce una sera o si decide per una passeggiata pomeridiana in centro, lei è sempre con noi, e generalmente al centro delle attenzioni nostre e degli amici.
Ed io adoro tutto questo. Adoro pensarla e che mi brillino gli occhi e il sorriso mi diventi ebete quando parlo di lei. Adoro provare questo amore folle. Anche se la bimba in questione è una cucciola di Golden Retriever, sto provando credo qualcosa di simile alla dedizione di una mamma.



L’amore incondizionato, il senso di protezione, il desiderio di darle tutto quello di cui ha bisogno, la profonda voglia di farla stare bene e di renderle tutto l’infinito affetto che lei sa concedere, pur certa che mai potrò arrivare a tanto. La consapevolezza che ogni sacrificio, ogni fatica, non potrà che essere ripagata da un'intima felicità e da quel senso di appagamento che dice al tuo spirito: stai facendo del bene a qualcuno che ami, a qualcuno che ha bisogno di te.
E anche un po’ di quel viscido senso di colpa, che s’insinua tra le pieghe delle mie troppe serate passate in ufficio, mentre sento che da qualche parte, non troppo lontano da me, un piccolo dolce esserino ha voglia di leccarmi la faccia e di godersi le sue – meritatissime – corse, condite dalle mie risate e da mille coccole.



Se faccio così con un cane, direi che per quando sarò mamma mi converrà proprio potermi organizzare con un bel part-time :)

lunedì 25 ottobre 2010

Aspettando di essere mamma: ho viaggiato. Siria e Giordania


Il Medio Oriente. Mi affascinava da molto. Ero già stata in Turchia, evitando però le troppo calde zone ad est. Calde in senso politico, perché le temperature estreme di agosto non me le sono comunque mai risparmiate.
Qui però ho toccato confini mai raggiunti. In ogni senso.

In Siria non si ci capacitava delle temperature percepite. Finché una sera intorno alle dieci un termometro ci ha comunicato che l’incubo che da giorni stavamo vivendo erano 39 gradi, e un passante, trovandoci folgorati su quella via di Damasco, ha voluto farci presente che ci trovavamo nel bel mezzo dell’ estate siriana più calda dell’ultimo ventennio: durante il giorno si toccavano solitamente i 48 gradi.
Ah, ecco cos’era che mi sfibrava le membra e mi annebbiava il cervello. Ecco a cosa devo dare la colpa adesso che, quando mi chiedono di raccontare, delle volte mi pare di non essere nemmeno stata li.

In Giodania l’unico luogo in cui non abbiamo patito l’eccessiva calura è stata la oltre che fresca splendida Petra, che si trova in montagna. E meno male, dato quanto abbiamo camminato.

In compenso ad Aqaba, 12 km dall’Arabia Saudita, pareva di stare costantemente, in ogni momento della giornata, di fronte a un gigantesco phon; la sera l’unica cosa che mancava era il sole, ma la temperatura rimaneva invariata. Nei cantieri gli operai lavoravano di notte (compreso quello della moschea che era in costruzione proprio di fronte al nostro albergo, per evitare i colpi di calore, dato anche che il mese di Ramadan, durante il quale i musulmani non possono né bere né mangiare dal sorgere al calare del sole, cadeva quest'anno proprio in agosto.

Nel Mar Morto poi, mi sono resa conto di quanto sia difficile rimanere vivi! Le temperature sono indescrivibili, dentro e fuori dall’acqua.

In Siria ci è capitato di vedere la gente arrabbiata e imbruttita dalla situazione politica. E ci è capitato di non poter parlare di politica, pur morendo dalla voglia di sentire l'opinione della gente nei confronti del dittatore la cui figura è affissa a dimensione naturale sui palazzi pubblici, stampata sulle insegne dei negozi, scolpita nei muri, e addirittura troneggia su quadri nelle abitazioni private o su poster che scuriscono i vetri delle auto.
Quel dittatore non sarebbe poi sulla carta un dittatore, perché è stato eletto dal suo popolo. Dal 97% del suo popolo. Peccato però che fosse unico candidato. Peccato che suo padre, da cui ha ereditato il potere e il tipoco baffetto mediorentale, abbia bombardato nel 1985 un’intera città siriana, uccidendo 20.000 civili, per colpire un gruppetto di dissidenti che lì si era insediato. Eh si, sono mondi in cui va così.

In Giodania, Aqaba (meravigliosa località sul Mar Rosso) era praticamente deserta, perché giusto due settimane prima qualche missile era giunto in visita dalle coste di fronte, finendo in mare, sulla spiaggia, oppure nel parcheggio di un albergo di lusso appena costruito, dal quale i turisti si sono affrettati a cancellare le prenotazioni.


Siamo arrivati a Damasco alle sette di mattina, e già alle otto non potevamo più camminare per cercare un albergo. Soffocante. Estenuante.

Siamo in centro. Chiediamo informazioni a una famiglia che approfitta dell’alba per godersi un po’ di fresco. Accostandoci ci rendiamo conto che sono padre madre e figlia seduti su una panchina sistemata strategicamente di fronte a un muro. Ci chiediamo perché, rassegnandoci prima ancora di iniziare a pensarci veramente. Sappiamo benissimo che ogni Paese lascia delle domande a cui non si hanno elementi per rispondere.

Quando mi giro però osservo l’ambiente in cui è inserita quella panchina e mi faccio un’idea rispetto alla domanda di poco prima. Che la posizione vista-muro sia strategica?

La gente dorme sulle aiuole - tra rifiuti sparsi ovunque - presumibilmente da tutta la notte data l’ora mattutina. In diversi momenti della giornata, comunque, questo piccolo pezzo di erba in mezzo al cemento, allo smog, a rumori e calori insopportabili e soprattutto all’immondizia, viene vissuto con grande partecipazione, per colazioni, merende, pic-nic, pennichelle.

Il cemento che circonda il parco non è un gran bel cemento, comunque.
Le case sono tutte incompiute. Se il piano terra è abitato, il secondo è uno scheletro da cui spuntano addirittura le anime di metallo delle fondamenta, lasciate sempre a emergere sopra i palazzi. A volte interi edifici sono ridotti così. E la cosa buffa è che non ci lavora mai nessuno, non esistono cantieri. Questa situazione urbanistica rende l’atmosfera ancora più caotica e disordinata. Sembra una città bombardata e mai ricostruita. Damasco è la città più vecchia del mondo, dicono. E io rispondo che, se veramente è così vecchia, dimostra decisamente la sua età.
Più o meno questo è l’effetto che si prova in ogni città siriana. Paradossalmente l’unica che è stata veramente bombardata (nell’85, vedi sopra) è quella che è stata ricostruita meglio, e sembra quasi avere una logica.

In Siria vedo le donne per strada e provo pena per loro. E’ probabile che loro ne provino per me, che sono costretta a vestirmi da Sbirulino (ma quale donna ha nell’armadio t-shits e camicie comode e pantaloni lunghi ma leggeri? L’abbigliamento da viaggio nei Paesi arabi è decisamente di fortuna). Pur vergognandomene mi sento più fortunata di loro, nei miei vestiti comprati al mercato per due euro. In particolare, quando sono costretta a indossare un abito simile ai loro e a dover coprire il capo con la mia pashmina per visitare la Moschea degli Omayyadi, non mio godo affatto la bellezza del luogo, non vedo l'ora di togliermi quella roba di dosso, mi manca il respiro. E capisco che a 50 gradi all’ombra potersi permettere una maglietta a maniche corte è un lusso a priori.


Le donne quaggiù hanno a disposizione un sacco di possibilità, ma nulla che crei meno di 80 gradi tra la pelle e i vestiti.
Rispetto alle classiche e ormai superate palandrane all-black che effettivamente non sono tanto giovanili, qui possono scegliere tra cappottini lunghezza caviglia di vari modelli e fogge, negli allegri toni dal marrone al nero. Abbottonati fino al collo, attorno al quale passa anche un fazzoletto che copre quantomeno tutto l’ovale del viso, se non molto altro.
Sotto questi cappottini, che sono di cotone, si, ma non mi sembrano proprio di tessuto impalpabile, le poverine sono ovviamente del tutto vestite, con pantaloni e maglie lunghe.
Quelle che a vederle ti fanno star peggio indossando la mantellona integrale che copre anche il viso, lascia scoperta solo gli occhi, e portano anche gli occhiali da vista!


Ci sono però poi anche ragazze giovani che vestono jeans attillati e dei bellissimi fazzoletti colorati che fasciano i visi splendidi e splendidamente truccati e i lunghi capelli raccolti.

Ho chiesto a una ragazza che gestisce un albergo di Aleppo da cosa dipendessero queste discrepanze, se la donna possa decidere per sé o se invece sia completamente asservita al volere di chi la controlla, padre o marito che sia. Lei risponde che dipende da quanto è praticante la famiglia della donna. E si affretta a concludere: “I’m Chiristian, Thanks God, Thanks God”.


A proposito di religione. Immagini, Piccole Grandi Lezioni di Tolleranza

Seduti nel bar di una stazione degli autobus di Damasco, alla ricerca di un riparo dalla calura che ci assilla, abbiamo di fronte due ore di attesa.
Un uomo ci si avvicina incuriosito. Gli manca una gamba e tutti i denti. Cammina con una stampella di legno di quelle che si vedono solo nei fumetti.
Ci chiede di dove siamo, parlando un po’ d’inglese. Welcome Welcome, dice come d’uso. Poi “You look like Phristo” dice, con le lettere che sbattono tra le gengive e la lingua, a Lui indicandogli il viso barbuto. “I’m Cristo here, but I’m Budda here”, ribatte Lui schiaffeggiandosi sonoramente la mano sulla panza! Ridiamo tutti e tre di gusto, con la felicità negli occhi.



Siamo nella piccola cittadina di Palmira, in Siria. Il villaggio sorge in mezzo al nulla del deserto, almeno tre ore di viaggio dalla prima grande città. Vive, ed è nato, sul turismo, accanto all'omonima vecchia città romana. Eppure gli abitanti guardano noi occidentali con sorprendente curiosità. Ci chiedono qualsiasi cosa non sia per la loro cultura troppo invadente, cercando di scoprire elementi della nostra vita, a volte forse anche per sognarci un po’ su.
Ci chiedono dove viviamo, che lavoro facciamo, se siamo sposati. Se non capiscono la risposta, non concependo che possiamo essere “fidanzati” a 30 anni suonati, noi gli diciamo che si, siamo sposati. In fondo per noi è praticamente lo stesso. E allora "where is the ring?" Ehm...la fede? L’abbiamo lasciata a casa, rispondiamo.
Dulcis in fundo, vogliono sapere se siamo cristiani. Noi: certo, si, siamo cattolici.
“Welcome Welcome, for us it’s the same”, sorridono. E ci invitano a sederci con loro, sugli scalini di fronte a un casa, o sulle sedie posizionate sul marciapiede, come nei paesini del sud Italia.